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| la fura dels baus | milano | marzo 2003 | ||
La
prima volta che ho visto La Fura del Baus è stato al Pala Lido
e ci sono andato vestito bene. Era circa dieci anni fa, quindi
vestito bene voleva dire che anziché mettere un giubbino di jeans
avevo scelto una giacca, credo bianca, credo finita nell’inceneritore.
Dopotutto stavamo andando a teatro, mi ero detto. Un po’di sana
tradizione piccolo borghese. Saranno tutti eleganti e non voglio essere
sempre quello che si fa notare, mi ero detto. Sono arrivato e c’era
un pacco di gente ammassata fuori. Età media, vent’anni.
Look medio: punk-a-bestia. Sembravo un maggiordomo lì in mezzo
e se non mi guardavano tutti era solo perché – dovevo ancora
scoprirlo – ciò che accomunava tutte quelle persone, a
parte non esservi vestite per andare a teatro – erano delle aspettative
piuttosto alte, in termini di stupore. Inoltre, ma nessuno mi aveva
avvisato, la Fura del Baus metteva in scena quello che ai tempi di Shakespeare
si sarebbe chiamato teatro circolare, ovvero un messa in scena non basata
su un pubblico frontale che assiste, ma su uno spettacolo “dentro”
il pubblico. Qualcuno forse tento di spiegarmelo, prima di entrare,
dicendomi qualcosa a proposito della mia giacca bianca e della fine
che stava per fare. Ma io mi ero immaginato tutto, fuorchè questo: Dentro c’era un enorme spazio vuoto, con una specie di palco di tubolari, fatto a ponte. Tutt’attorno degli scatoloni, dei cubi insomma, grandi come una persona, e apparentemente lasciati lì. Quella era la scenografia, e noi pubblico c’eravamo dentro. Raccontare uno spettacolo della Fura è un po’ tempo perso, nel senso che non dà molto l’idea. Quindi non lo farò, ma mi limito a ricordare che a un certo punto - dopo che gli attori avevano preso vita tra di noi e si erano adoperati a costruire con i cubi la scenografia, e avevano fatto capire che non avrebbero avuto nessun riguardo verso chiunque, pur di portare a destinazione il loro messaggio – su un mega-screen erano comparse delle immagini che sembravano riprese in diretta, tra la folla. Uno degli attori infatti, si aggirava furiosamente tra le gambe della gente, con una telecamerina montata sulla testa, e con lo scompiglio che gettava tra la gente potevi essere certo che tutti si erano accorti di lui. Le immagini proiettetate sul mega-screen quindi dovevano essere quelle catturate in soggettiva dalla sua scorribanda. Le immagini erano: topi. Tanti topi. In mezzo a noi, cioè in mezzo alle gambe della gente, che ovviamente scappava inorridita da tutte le parti. Dove c’era l’omico con la telecamera c’erano topi, questa era un equazione a cui non potevi sottrarti e dal momento che tutti scappavano in tutte le direzioni non potevi neanche sottrarti a imitarne il saggio comportamento. Chi ha voglia di camminare tra i topi, in fondo? Insomma ero uno scherzo. Si può chiamarlo così? Insomma faceva parte dello spettacolo e ovviamente quelle immagini erano state riprese in un altro momento, da un'altra parte, probabilmente in spagna dove la gente corre in mezzo ai tori, altro che topi. Questo è quello che mi ha convinto a: 1) non credere mai più a quello che vedo 2) tornare a vedere la Fura del Baus e consigliare agli amici di farlo. La seconda mia volta è stato poco tempo dopo. C’era un vero teatro questa volta, nel senso che all’interno di un capannone avevano innalzato una tribuna come quella della formula 1: chi voleva poteva vederlo da lì, gli altri in mezzo al mucchio. |
Ovviamente
questa volta c’ero andato preparato, senza giacca bianca e con
una fidanzata che volevo stupire con il mio sprezzo del pericolo e dei
topi spagnoli. Vale quello che ho detto prima, non si può raccontare
e non lo farò. Però questa volta i furiosi del Baus vivevano
su pali alti dieci metri, come asceti brutti e cattivi, probabilmente
c’era un mito legato all’origine delle religioni alla base
del tutto, un signore delle mosche aereo, ma non ci giurerei, fatto
sta che in basso, dove si aggiravano i più furiosi, c’ero
anch’io, in mezzo agli altri, a far parte dello spettacolo, sì,
questa è vita! E anche se gli attori di tanto in tanto tuffavano
le mani in una sostanza schifosa e gialla di cui si nutrivano, questo
non bastava a spaventarmi, anche perché tutti intorno a me mi
confermavano che il bello stava proprio lì, a schivare la sorte,
e badate che c’era anche una telecamera che riprendeva il tutto,
quindi insomma stavi su un palco, eravamo tutti dei fighi, e con queste
convinzioni in corpo quando il più alto degli attori –
un vero e proprio gigante – si è avvicinato a me, io ho
messo su la mia faccia più milanese che potevo, gli ho fatto
la faccia da “guarda che io ho visto Auf dem Gebirge hat man ein
Geschrei gehört, di Pina Bausch, a Reggio Emilia, non so se mi
spiego”, insomma l’ho sfidato con lo sguardo, anche perché
una telecamera mi era venuta vicino e io mi pavoneggiavo barra pensavo
che se avessi recitato bene mi avrebbero chiesto di partire con loro
e mi sarei sposato con una gitana con gli occhi blu. E lui mi ha vomitato addosso. Esatto. Mi ha messo un piede nr. 46 sul mio che piccolo non è, e così immobilizzato mi ha vomitato addosso quella pasta oscena tipo sleim, per chi se lo ricorda, e mi ha preso sulle scarpe e su parte dei pantaloni. Ed è stato lì che ho capito che 1) sarei tornato a vedere la Fura Del Baus 2) dagli spalti. La terza volta non c’è stato bisogno di ricordarmi il punto uno perché erano non più a 10 metri di altezza ma a 20 e volteggiavano dentro un cubo enorme. Chi non volteggiava stava in alcuni baracconi, simili a quelli del circo, che si guardavano come attrazioni da baraccone appunto, dal di fuori e lì ho visto una delle cose più poetiche e geniali che la mia amigdala abbia mai avuto l’onore di elaborare. Dentro uno di questi baracconi c’era un uomo, seduto sulle ginocchia. Davanti a sé aveva una massa informe di creta e la lavorare con le mani, Dentro la massa c’era una donna, non chiedetemi come faceva a respirare, probabilmente quando l’ho vista io era già a metà dell’opera e quindi quello che appariva ai nostri occhi sbigottiti era che un uomo, uno scultore, stava modellando con le sue mani, una statua viva, ne toglieva il materiale e quella prendeva forma, un braccio prima abbozzato, a furia di lisciarlo diventava perfetto, un volto mostruoso diventava un angelo sporco, ma illuminante nella sua fisicità. Due occhi comparivano dal fango, ed erano blu, quelli della gitana che non avrei mai sposato, ma che stava guardando proprio me, come del resto ognuna delle persone attorno a me. E ho pensato che 1) sarei tornato a vedere la Fura Del Baus 2) ogni volta. Cosa che consiglio a tutti. |
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