| Viaggio nella val Zebrù | Le Terme di Bormio | ||
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| Le Terme di Bormio | Valtellina | ||
Mai
dire Bormio. A Bormio lo Stefano ci ha la casa, ma non una
casa qualsiasi: una casa tutta fatta di legno, precisa uguale a quella
di Charlot nel film La Febbre dell’oro, che a un certo punto rimaneva
in bilico sul precipizio e lui doveva correre dall’altra parte
della stanza per non precipitare. Insomma una bella casa di montagna,
fatta di assi verticali, tutta tutta di legno, anche il bagno. E ci
abitava Pietro detto Luff de Borm, che a parte il nome da rockstar,
avrebbe potuto essere uno dei mille di Garibaldi, perché il periodo
era esattamente quello. Quindi Stefano, che è quasi discendente
di uno dei Quasi Mille, può tranquillamente vantarsi di essere,
oggi, un Mezzo Euro. Babbi e natali del Bosisio a parte, voi dovete sapere che a Bormio ci sono le terme. Dovete saperlo. E’ di vitale importanza. Perché andare alle terme è una delle cose più goduriose che possiate fare nell’ultravita, e se le terme sono anche belle – quelle di Bormio lo sono – ancora di più. Tu arrivi no? No, non dite no, è un esempio: tu arrivi, sì. E scopri che l’ingresso alle Terme costa – metti – quindici euro, facciamo venti. E pensi, ma sai cosa ci facevo io con venti euro, quaranta garibaldini? E che ci sarà mai dentro queste terme? Ve lo spiego io. Innanzitutto ti presenti all’elegante reception e anche se stai per chiedere “scusi, mi sa dire la capitale del Burkina Faso?”, la signorina ti ammolla ti un accappatoio. Bianco. Morbido. Tutto tuo. E anche un asciugamano. Più ciabattine. E se non la fermi anche un lettore DVD. E lì tu pensi: comincia a piacermi. Poi entri, ti aggiri negli spogliatoi col tuo numerino di plastica e per dieci minuti è come essere in piscina, ti cambi, fai la prova pancia ti annusi i piedi, leggi le istruzioni del lettore DVD, quelle cose lì. Poi entri. Nelle famose ma misteriose “TERME”. E con grande stupore scopri che il plurale non è perché ci sono tante TERMA uguali, una accanto all’altra, ma perché terme è plurale nel profondo, le terme è fare tante cose termiche, tutte assieme, tutte diverse, ma che in fondo sono una sola cosa, fatta bene. E questa cosa si chiama: godere come una scimmia. Facciamo degli esempi. Stanza uno: piscina a 40 gradi, fumo da tutte le parti, apri la porta e già ti senti l’Alighieri in vacanza; poco dopo scoprirai di non esserti sbagliato. Seconda stanza: simile, ma sotto l’acqua ci sono dei sassi - sì dei sassi- e tu camminandoci sopra dovresti rilassarti le piante dei piedi. Che stronzata pensi… Stacco: sei lì che cammini in circolo da mezz’ora tipo zio Paperone nel pensatoio. Terza stanza: apri e ci sono due che trombano imbelli, connvinti che tra i vapori non si noti nulla, ma si nota eccome. Entri, fai un po’ il guardone, speri che entri una teutone e chieda “ezzere kuì posto di orgia?”, poi quando entra un facocero in bikini ti ricordi di avere lasciato aperto il gas. Quarta stanza, il muro del pianto. Allora: c’è un getto ad aria compressa abbastanza potente, tipo che se to lo infili su per il sedere diventi un bacino idrico; un altro che fa le spirali; un altro multicolore; un altro che parte dalla parete e ti spiaccica contro l’altra stile carcerato; un altro che ti fa il solletico; uno che ti fa pentire di essere nato; e un ultimo che se ci stai troppo sotto ti scompone in particelle elementari. Così atomizzato vai avanti e arrivi – giuro – a una di quelle tende di plastica a strisce grosse, tipo da dove escono i bagagli all’aereoporto, solo che è trasparente. E vedi uno che, come una lontra, si immerge nell’acqua bassa, ci passa attraverso e passa dall’altra parte. E pensi: “Non porterà mica…” Sì. Porta fuori. A meno 15 sotto zero. Prima che tu possa dire urca, ecco che anche tu lontri attraverso il ritiro bagagli e ti trovi in una piscina circondata dalle montagne innevate! Nella piscina ci sono delle teste – il fatto che siano fisicamente attaccate a corpi è pura deduzione logica, nessuna prova certa a riguardo – e queste teste galleggianti tra i vapori ti convincono sempre di più che sei non sei Dante almeno sei un dannato: dannato imbecille che sono ad aver vissuto fino a questo momento senza sapere che c’era una cosa così goduriosa. Idromassaggi sparsi qua e là, getti di acqua calda, altra gente che tromba, fingendo di avvistare stambecchi per darsi un tono, etc. |
Circa
due giorni dopo decidi di rientrare in aeroporto, lontri all’interno,
esci dall’acqua, ti asciughi, ti rimetti l’accappatoio,
vedi una scritta “BAR” e dal momento che è tua ferma
intenzione usare tutto l’usabile, per ammortizzare la spesa, sali
al bar di sopra e ti siedi in un salottino liberty, vicino a due tedeschi
che giocano a backgammon. Ordini un punch, solo perché erano
anni che non vedevi uno in un menù, e così ben disposto,
rivolgi la parola ai tedeschi. Facendo il simpatico dici: “Kaputt”
e fai segno che ti stai divertendo un casino e che hai fatto tutto,
sottintendendo che sei italiano. E il tedesco più grosso e cattivo,
quello con le pedine nere per intenderci, ti dice in bavarese “Tu
provato INFERNO?”. “N-n-nein”, dici tu, aspettandoti
che di punto in bianco lui si metta a cantare uno yodel. Al che i due
tedeschi fanno la faccia da “sei proprio un italiano” e
quello più grosso stritola i dadi così forte che quando
li tira fa uno, e si dimentica di te. E allora tu, scampato il pericolo
yodel, ti riporti in zona vapori, ti ritogli l’accappatoio, “Mi
faccio un altro giro sui sassi, poi esco”, pensi. Quand’ecco
la vedi. Lei. La porta. Non una porta qualsiasi, ma: Quella Porta Là.
Quella con su scritto: I – N – F – E – R – N - O Ora. Si vive una volta sola, giusto? Come si fa a non dare una sbirciatina all’Inferno, almeno uno sa che scarpe mettersi, un domani. Entri, cazzo! E sei dentro la montagna… un cunicolo che ci passano due persone o un tedesco al massimo, si sbudella dentro roccia… e tu ci cammini attraverso… ed è così stretto, che non ci cammini dentro ma attraverso, con le pareti della montagna che ti alitano addosso, umidità del 99 percento, caldo in proporzione. E cosa c’è all’inferno? Bè, naturalmente le torture. Per esempio dei simpatici secchi di legno, quelli col cerchio di ferro attorno e una cordicella bianca che ti fa l’occhiolino e ti dice “Tirami, dai!”. Tu lo fai e ti si rovescia addosso un ettolitro di ghiaccio sciolto. Il bello è che dopo di te arriva il tedesco, che cantando uno yodel se la rovescia addosso apposta e ride forte. Allora tu ti affretti, prima che lui decida di usarti come spugnetta, vai avanti e il cunicolo diventa così stretto che di sembra di lasciarci la forma come gatto silvestro, poi per fortuna si allarga un po’ – uff - un po’ di respiro, ma ecco davanti a te: tre gradini. Dietro: il tedesco, che è passato a cantare lieder wagneriani, e allora tu per forza affronti i tre gradini, sali, ed eccoti in una specie di fiume infernale: il Fetente - o come diavolo si chiama quel fiume laggiù - una puzza di zolfo misto scorregge di bambini ricchi, la luce che si affievolisce, e hai paura, oddio quello che è? una pantegana enorme? No, è un bambino ricco che sbuca dall’acqua solo con i capelli e quanto naso gli basta per respirare, tu ti fai coraggio e dici “arriverò in fondo, per l’umanità!”: vedi una lucina in fondo che ti fa capire che ce l’hai fatta, ti volti indietro e ti rendi conto di aver fatto 8 metri e ti dai del fifone. Ma il tedescone sopraggiunge echeggiando canti malheriani, e allora tu non puoi stare lì, vai avanti e trovi una sauna. Finalmente!!! Una banaliiissima sauna, sai quante ne ho fatte, quand’ero fotomodello? La apri, e non è che cominci a sudare: trasumani proprio, il tuo endoscheletro rimane lì sulla porta con la maniglia in mano, mentre tutti i tuoi liquidi vengono aspirati all’interno dal calore venusiano di quella che – anche se il cartello chiamava sauna – scopri essere un contenitore per cuocere gli esseri umani alla burguignon. A poco a poco, le singole molecole che composero un tempo il tuo corpo, si rimettono tutte insieme, più o meno nell’ordine esatto e tu trovi la forza di dire al tuo vicino di panca: “Io mi sa che esco a prendere un po’ d’aria” ed esci salutandolo con una pinna. Alla reception, riporti il tuo bell’accappatoio (era in prestito mannaggia), il tuo asciugamanino, le tue pantofoline, il DVD, butti tutto in un cesto, ti tiri su la zip della giacca a vento ed esci. In mezzo ai monti innevati; l’aria frizzantina; “Aaah, Bormio…” Fai una bella boccata a pieni polmoni e muori di enfisema polmonare. Ma prima fai in tempo a pensare: “Ma come cacchio ho fatto a vivere senza Terme finora?”. |
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